Alessandra Chi?

il blog di Chi?

Il Gorilla Di Pietra

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Parco Nazinale della Murgia - Matera

“Il Gorilla di Pietra” – Parco Nazionale della Murgia (Matera). Foto di Luana Mosca.

***

Di quel tempo in cui quelle antiche rocce custodivano nel loro ventre l’uomo primordiale, tutti sanno.
Quelle materne rocce che raccoglievano segreti e preghiere in una eco vibrante, tutti conoscono.
Ma del grande Gorilla di Pietra mai nessuno scrisse o disegnò.
Solo la parola che ha superato il tempo, racconta fosse talmente grande e forte da far tremare la terra ogni volta aprisse bocca.
L’uomo, intimorito e stanco, smise di parlargli.
Si racconta, anche, che la solitudine gli avvelenò l’anima trasformandolo in un immobile assassino: un suo semplice soffio era in grado di scatenare un uragano; un brivido di freddo, un terremoto.
Ma, si sa, l’uomo teme ciò che non conosce al punto di inventare storie astratte e futili menzogne.
L’uomo codardo non sa che il Gorilla aveva solo il raffreddore.

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Written by alessandrachi

novembre 26, 2010 at 8:32 am

La Verità, Vi Prego, Sui Fagiolini

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Madre “Vuoi i fagiolini per pranzo?”

Figlia “Eh! Non so se li posso mangiare, devo controllare.”

Madre “Com’è? Non puoi mangiare neanche le verdure? Che razza di dieta è?”

Figlia “No, le verdure posso mangiarle ma i legumi, no.”

Madre “E mica i fagiolini sono legumi?”

Figlia “Come no!? Allora perché si chiamano fagiolini? Sono i baccellini con i fagiolini piccolini all’interno!”

Madre “No! Quando i fagioli all’interno sono ancora piccoli, sono verdure; una volta cresciuti, diventano legumi!”

Figlia “Ma’, sono legumi!”

Madre “Ma vattin’1!”.

***

Ho frequentemente scritto sulla figura di mio padre, il famoso Geometra, talmente famoso che molti, quando si congedano da me, porgono anche i loro più sinceri saluti al Geometra: “salutami il Geometra! Ahahah!”, dicono.

La Moglie del Geometra, salvo un paio di episodi nei quali avrei preferito non esserci, è rimasta un po’ nell’ombra.

Ora basta.

Mia madre è un personaggione alla stregua di quell’uomo che vendette il mondo che mi è padre.

Dove c’è mia madre c’è casa, anche perché mangiamo Divella anziché Barilla.

Lei è la fantastica donna che ha riparato un termosifone con un bicchiere di plastica e una lattina vuota di Manzotin e, giuro, ha fatto un lavoro talmente a regola d’arte che neanche Mac Gyver avrebbe saputo fare di meglio. È colei che, mentre lava i piatti, canticchia Mobscene di Marilyn Manson come se la intonasse Nilla Pizzi; è la temeraria che, tagliuzzandosi un dito e vedendo uscire un tendine, lo ha rimesso all’interno appiccicando sul foro un cerotto fai-da-te; è la mamma che fa il pane se è troppo tardi per comprarlo; è la genitrice (tra i due) sulla quale posso sempre contare (a tal proposito, Avviso: “si fitta il Geometra per periodo estivo. Trattativa riservata.”), di cui mi fido ciecamente.

Di cui mi fido ciecamente.

Tanto ciecamente che solo in età avanzata, con mia grande vergogna, ho appreso le seguenti verità (si anticipa che, come si evincerà consultando l’elenco qui di seguito, le verità vengono apprese ogni due anni con lo stesso intervallo che intercorre tra Mondiali ed Europei di calcio):

  • 20 anni: la croce incisa con l’unghia del pollice su una puntura di zanzara non serve a niente;
  • 24 anni: la sagna riccia non esiste e quella che a casa mia si è sempre chiamata sagna riccia, nel resto d’Italia, è conosciuta col nome di tripolina (già a 22, avevo vinto la mia personale battaglia per convincerla che la sagna è, in realtà, la lasagna);
  • 26 anni: le scaloppine sono sCaloppine e non sGaloppine;
  • 28 anni: (con clamorosa figuraccia) le malandre non sono le mammelle degli allievi2 perché (giustamente) gli allievi non allattano in quanto non sono mammiferi ma molluschi cefalopodi;
  • 30 anni: è Google il motore di ricerca più famoso al mondo, non mia madre.

Cerca con Google: “fagiolini”.

Appartenenti alla famiglia delle Leguminose, come i fagioli, i fagiolini sono ricchi di sali minerali. Oltre a nutrire e rinfrescare l’apparato gastrointestinale, svolgono una spiccata azione diuretica. Per il buon contenuto di vitamina A, proteine e potassio sono raccomandati nelle malattie cardiache. Il fagiolino ha un basso potere calorico (17 Kcal. per 100 g. di sostanza) ed è molto ricco di fibra alimentare. Pur essendo una leguminosa la concentrazione di proteine è bassa: ci sono 2,1 g. di proteine ogni 100 g. di sostanza, contro i 6,4 g. dei fagioli freschi, e i 23,6 g. dei fagioli secchi. Questo è dovuto al fatto che la raccolta del baccello viene effettuata quando ancora il fagiolo all’interno è in fase di maturazione e non ha ancora accumulato tutte le sostanze di riserva che gli saranno necessarie al momento della germinazione. Il fagiolino è, dunque, da considerare un ortaggio piuttosto che un legume.

Ma…ma…aveva ragione!

Note:

1 “ma vai via!”;

2 piccola seppia.

Written by alessandrachi

giugno 23, 2010 at 6:06 pm

Supponiamo Un Pavone

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Supponiamo un pavone.

Lo sappiamo tutti com’è fatto un pavone: collo snello, corpo ricoperto da piume blu brillante, coda a ventaglio variopinta, elegante, leggiadro…

Quando entra in una stanza, non puoi non notarlo perché è troppo bello; al liceo è l’unica ragione per cui ti alzi la mattina, soprattutto se hai degli occhiali dalle lenti molto spesse, ti chiami Drew Barrymore o Alessandra Chi? e il tuo soprannome e Josie Bussicozza o Quattrocchisparafinocchi.

Arriva e, anche se non nutre il benché minimo interesse nei tuoi confronti, apre la sua splendida coda suscitando un sussulto nel tuo cuore mentre poi, alla fine, è sempre circondato dalle quattro veline di turno che si sbatte a suo piacimento, a rotazione o tutte insieme, nel caso in cui ci si trovi davanti ad un pavone creativo.

Ma cos’è esattamente un pavone?

Un Pavone è un uccello camminatore come il Fagiano (non può volare per un’altezza superiore a tre piani), si comporta come il Gallo Cedrone per i suoi accoppiamenti poligami (il suo harem è generalmente composto di 4-5 femmine) e fu importato dall’India in Europa dai Romani non solo per la sua bellezza ma anche per le sue carni prelibate.

Il pavone si mangia.

È poco più che un tacchino e come tale va trattato: spennato, cucinato, ingerito e, infine, espulso. Né più, né meno.

Con le piume della coda è possibile realizzare curiosi copricapi, spille, ventagli o, ancora, se siete amanti del kitsch, pacchiani centrotavola. Quindi, come nel caso del Maiale, anche del Pavone non si spreca niente.

Va, inoltre, ricordato che la femmina del pavone, a differenza del maschio, è un cesso, ne è consapevole e, per questa ragione, si circonda di oggetti di lusso: è, infatti, frequente veder camminare per strada o sedute nei bar, le pavonesse mentre sfoggiano i loro Iphone con le loro morbide sciarpe di pashmina atte a nascondere un collo rugoso. La pavonessa, nella fase del declino sessuale, prende coscienza che la propria funzione è stata puramente riproduttiva e si da alla beneficenza.

Considerato i proibitivi costi a sostegno dell’allevamento intensivo del pavone, a parità di apporto proteico, si consiglia il consumo di carni bianche più abbordabili quali tacchino e pollo; in caso di diete iperproteiche è preferibile l’assunzione di carni rosse (ad es. del Toro o del Manzo Argentino); alle vegetariane si suggerisce sentitamente di avere la decenza di non indossare orrende camicie a quadri.

Se poi è alla monogamia che ambite, reincarnatevi in Ippocampi.

Written by alessandrachi

maggio 24, 2010 at 6:41 pm

Amleto Il Pipistrello

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Vivo di ossessioni e d’intense passioni.

Ogni notte dischiudo le mie ali di velina in balia della brezza di un nuovo tormento.

Astigmatismo e ingannevoli suoni dirigono il mio volo nel costante timore di confondere mosche di plastica con saporite zanzare, ossessioni con sentimenti veri e sentimenti veri con ossessioni.

Come disintossicarmi dai vapori cancerogeni dei pensieri malsani,  nascosti dietro l’angolo, pronti ad avvelenarmi l’anima?

Il dubbio è sempre là, non mi abbandona mai.

Ricorro alla filosofia O’Hariana1 del “ci penserò domani” giungendo alla conclusione che, dopo tutto, è sempre una questione di punti di vista.

Quando mi fermo, con la testa all’ingiù, il sangue non affluisce in modo corretto, le sinapsi vanno a farsi benedire e all’indomani ecco di nuovo il dubbio che mi scortica le viscere.

Forse la filosofia O’Hariana andrebbe sostituita con quella Butleriana2 del “francamente me ne infischio”, ma un pipistrello resta sempre un pipistrello, anche se mette le lenti a contatto e un fondo tinta buono.

Un’unica certezza mi impedisce lo schianto: non voglio sia un Laerte3 a por fine a tutto.

 Amleto il pipistrello

Note: 

1da Rossella O’Hara;

2da Rhett Butler;

3 nell’Amleto di W. Shakespeare, fratello di Ofelia, figlio di Polonio, il quale uccise lo stesso Amleto con la punta avvelenata della spada, durante il duello finale.

Written by alessandrachi

maggio 18, 2010 at 11:57 am

Una Scatola Piena Di Cose Colorate

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Ho trovato una scatola piena di cose colorate e inusuali.

Biglie rosse informi, cocci di vetro blu, punte di matite verde acqua, trottole gialle e viola, nastri rosa e bolle di sapone.

L’ho nascosta nella terra, come un piccolo tesoro, affinché nessuno potesse portarmela via.

Quando il cielo si faceva troppo carico di pioggia, correvo in giardino a riprenderla scavando con le mani prima che l’acqua torrenziale la portasse via nel fiume di fango.

Allora, di tanto in tanto, l’aprivo e lasciavo che le cose colorate al suo interno si animassero in un arcobaleno nella mia grigia stanza.

Ma gli oggetti, tutti, hanno un legame metafisico tra loro ed io, quello tra le cose colorate della scatola, non riuscivo a svelarlo. Non ne venivo a capo.

Quei giocattoli nella foresta cominciavano a sembrarmi troppo complicati e l’impegno mentale, necessario alla loro comprensione, richiedeva troppa energia.

Meglio il buon vecchio gioco dell’oca! – ho pensato. E ho lasciato che le piogge, i terremoti e i compleanni portassero via la mia scatola piena di quelle cose colorate e inusuali.

Il buon vecchio gioco dell’oca.

Mastico una Big Babol fucsia e gonfio un palloncino fuori dalla mia bocca.

Nessun arcobaleno. Solo oche, nella mia stanza.

Teoria N° 186: Quella Sulla Busta Di Lupini

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Introduzione

È quasi un imperativo, oggigiorno, parlar per similitudini e metafore poiché, paradossalmente, l’innalzamento del livello d’istruzione medio ha fatto sì che la gente smettesse di chiamare le cose con il proprio nome, dovendo, per necessità, ricorrere a immagini sostitutive.

Nella panoramica dei rapporti di coppia, ad esempio, le relazioni spesso vengono classificate paragonandole ad automobili di diversa cilindrata (nel caso in cui, a trattare l’argomento, siano uomini eterosessuali, di bassa statura che vantano la presenza di dieci neuroni pigri per decimetro quadrato di materia cerebrale) o al cibo, facendo riferimento alla piramide alimentare (se a discuterne sono donne caucasiche, dalla conformazione fisica cosiddetta “a pera”, emotivamente frustrate e insoddisfatte).

Secondo la categorizzazione del secondo tipo (che sarà presa in considerazione giacché ritenuta più comprensibile e verosimile) i carboidrati come pane e pasta, alla base della piramide alimentare, rappresentando il pasto quotidiano principale, andranno a indicare relazioni stabili e durature; proteine e grassi di formaggi e carni rosse saranno lo specchio di una relazione coinvolgente ma malata che col tempo rischia di mettersi sullo stomaco, nei glutei e nelle arterie; frutta e verdura, una relazione fresca e giovane; zuccheri polisaccaridi di cioccolata e torte con la panna, una relazione passionale e devastante che conduce al crepacuore.

Osservando la frequenza con la quale detti pasti sono consumati, considerando anche le occasioni, è stato individuato un interessante parallelismo tra il consumo occasionale di frutta secca e legumi, in prevalenza lupini, durante le feste patronali e i rapporti occasionali tra soggetti single o adulteri. Da quest’arguta osservazione, alla fine del 2009, fu redatta una fondamentale teoria.

Teoria n° 186: quella sulla busta di lupini

Mentre passeggia nella bolgia infernale della festa di San Nicola sul Lungomare Nazario Sauro a Bari, una giovane donna stringe nella mano destra una bottiglia gelida di Peroni per il collo e, nella sinistra, una bustina di plastica trasparente contenente due ettogrammi di lupini.

Di tanto in tanto, tra un sorso e l’altro, la mano destra abbandonerà la bottiglia di birra (che nell’iconografia moderna rappresenta l’inclinazione religiosa del soggetto) accanto al piede leonino del lampione alla volta del lupino.

La busta di lupini non è ciò di cui la donna ha realmente bisogno ma è quello che occupa il suo tempo in un momento in cui non è possibile, per svariate ragioni, il consumo di un pasto qualitativamente migliore.

Allo stesso modo, nascono relazioni occasionali tra soggetti, forzatamente o no liberi, per le quali non esistono né regole, né costanza.

Un osservatore attento, però, può notare quanto i soggetti coinvolti, nonostante la giovialità del contesto, custodiscano le loro buste di lupini, quanta premura, la giovane donna di cui sopra, abbia nell’annodare repentinamente il sacchetto, riponendolo nella sua borsetta, qualora non abbia più voglia di spiluccare.

Tale comportamento contraddittorio affonda le sue radici nella consapevolezza che, lasciando la busta aperta o incustodita, chiunque possa sentirsi legittimato a condividere i lupini col compagno/a di bagordi dal momento che “non ti sta rubando il pane dalla bocca” (pane = carboidrati = relazione stabile).

Ma che succede se, a furia d condividere lupini, la busta resta vuota o non la si trova più, la voglia di passatempo ritorna e nell’immediato non è possibile acquistarne un’altra? Se i lupini restanti sono ormai contaminati dai germi passati dalla moltitudine di mani che nella stessa busta hanno ravanato?

La risposta a questi interrogativi è abbastanza scontata: resti con la mano sinistra vuota e nella destra, una nuova Peroni ghiacciata. Per questo una tacita regola vuole che non ci si scambino gli amanti onde evitare l’insorgenza di malintesi e, in casi gravi, rotture.

È importante ricordare che un lupino è sempre e comunque solo un lupino, ma, pur essendo un singolo, inutile, giallo e salato legume, aggregato ad altri della sua specie, può far affondare una barca e mandare in malora un’intera famiglia.

Si sconsiglia, dunque, di contrabbandare un grosso carico di lupini e chiamare una barca La Provvidenza”.

Parole Lasciate Al Vento

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Le parole sono fatte d’aria.

Nel tentativo di trasformarle in pietre, le abbiamo scolpite nelle caverne.

Non era pratico.

Perché fossero visibili e tascabili, le abbiamo scritte.

Si cancellavano.

Allora, le abbiamo lasciate umide e leggere affinché, raggiunte le finestre della memoria, condensassero diventando linfa.

Spesso le abbiamo dirette verso chi abilmente le ha scansate lasciandole vagare nel vento o, peggio, le ha inspirate, ossigenato il sangue e poi espirate, dimenticandole.

E’ vero, le parole sono fatte d’aria, ma chi le pronuncia avverte l’affanno di una corsa e perfino Forrest Gump, a un certo punto, ha smesso di correre.

 

Written by alessandrachi

aprile 27, 2010 at 6:02 pm